Noi, italiani all’estero 

Noi, italiani all’estero. Noi che viviamo fra due culture ma, nonostante tutto, conserviamo la nostra “italianità”. Espatriati per necessità o per scelta, uniti da un unico comune Destino. Stranieri in una terra che non ci è straniera, se non a tratti, quando abbiamo le nostre periodiche crisi che solo chi vive all’estero può capire. Noi, che ci facciamo sempre notare per la nostra esuberanza e per i capelli scuri. Noi che abbiamo amici da varie nazioni e ci sentiamo una piccola grande famiglia. Noi che ci leghiamo ad altri expat come noi, perché sentiamo possano capirci di più. Noi che siamo partiti per studiare, per lavorare, per vivere. Vivere una vita che sia veramente vita. Noi che aspettiamo con ansia il pacco dall’Italia. Noi che torniamo nella nazione in cui viviamo con i bagagli pieni di cibo.

Noi, a cui manca l’Italia ma se ci restiamo troppo a lungo poi iniziamo ad esserne stufi. Noi, che vorremmo vedere il nostro Paese splendere. Ci danno dei codardi, dicono che siamo “scappati” e invece dovevamo rimanere. Ci danno dei vigliacchi, dei traditori della Patria. O, al contrario, ci rappresentano sempre come dei poverini, in eterna sofferenza per la lontananza dalla nostra nazione d’origine.
Eppure, siamo solo noi, né in perenne tristezza né dei traditori. Siamo semplicemente ciò che siamo: italiani all’estero. 

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Giudizi. 

Ma cosa ne sapete esattamente di cosa provo io come essere umano? Cosa ne sapete di cosa si cela dietro sorrisi, pianti, sguardi e sussurri? Sono fatti miei. Sono fatti miei se nell’attesa del grande amore voglio concedermi grandi divertimenti e grandi emozioni, pur consapevole che la mia più grande emozione sarà innamorarmi, come una volta o come non ho mai fatto nella vita.  Ma cosa ne sapete? E soprattutto vi riguarda? 

Io ne sono convinta però: l’amore arriverà. E se ora brillo domani brillerò ancora di più perché ho finalmente la consapevolezza che provare sentimenti non rende mai deboli. 

“Continua a scrivere…”

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Credo di essermi seccata, ma non so bene di cosa. Non so se sia un altro dei soliti momenti di criticità periodici da expat. Mi sento solo come se mi fossi stufata di questo ambiente. L’università, i soliti amici, più italiani che tedeschi, quelle poche persone su cui contare che ci sarebbero sempre e comunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Proprio in questi momenti mi chiedo se valga la pena per me stare qui. Sento un clima di competizione troppo grande. Non che in Italia non ci sia, ma questo si accentua in Germania e all’università ancora di più. Mi sento come leggermente distaccata dal resto della società e, dai discorsi che ho fatto con altre italiane, la maggior parte di loro sente la stessa cosa. Chi ha un compagno o una compagna vive meglio a mio parere, ormai ha un suo piccolo nucleo familiare e tira avanti così. Ma è vita questa? E io sarei felice di vivere così? Una vita in cui non lavoro per vivere, ma in cui vivo per lavorare, come mi ha detto qualcuno una volta? Avrei davvero una realizzazione così?
E, soprattutto, cosa mi sta succedendo? Perché arrivo a stupirmi se qualcuno fa qualcosa per gli altri e non per sé stesso, per una sua realizzazione personale? Ho davvero imparato ad essere così cinica, a non aspettarmi nulla da nessuno? E, ancora, come fanno alcuni a pensare che in un mondo del genere io possa comportarmi diversamente? Anche se questa domanda, a mio parere, va molto al di là dei confini nazionali ed è più un interrogativo sull’umanità tutta. Ma tornando alla Germania, se l’individualismo e l’egoismo sono due costanti nella società occidentale in generale, qui secondo me sono portate all’estremo. “Sai come vanno le cose qui, nessuno fa nulla senza volere qualcosa in cambio” mi ha detto più di una volta la mia coinquilina.

Io, per quanto mi consideri egocentrica, non riesco a pensarla in questo modo. Il mio io è molto piccolo, è timido, si nasconde, non vuole farsi vedere. Non mi piace pensare che esista io e che attorno a me debba ruotare il mondo. Non mi accontento di guardare solo il mio orticello. No, non sono così e non voglio essere così. Ma qual è il mio posto esattamente, qui e, soprattutto, cosa mi renderebbe davvero serena?

Non so, so solo che ieri mi hanno detto: “Continua a scrivere”.
Chissà se servirà a qualcosa…

I miei capelli fanno SWISH!

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Mercatini di Colonia – Nordrhein-Westfalen 

Anno nuovo, vita nuova. Si dice così, no? Ed è così che voglio che il mio 2018 sia.

Sono consapevole di non farmi sentire da molto; ciò non vuol dire che non abbia vissuto disavventure. Una delle disavventure più grandi è che sono finita in ospedale ad ottobre, dopo aver battuto la testa. Ho avuto per mesi pensieri negativi, del tipo: “E se fossi diventata liberale?”, “se avessi dimenticato le lingue che conosco?”, “se fossi morta quella sera?”
E invece no, non sono morta, parlo ancora cinque lingue e sono ancora una femminista radicale. Pericolo scampato! Il grave “problema” della mia permanenza all’ospedale è che per mettermi i punti alla testa mi hanno rasato i capelli attorno alla ferita e, in seguito al tutto, crescono molto lentamente. Mi dicono che cresceranno e io lo spero vivamente. C’è da dire, però, che finalmente ho i capelli lunghi. Capelli che fanno SWISH. Dopo sei anni di capelli corti, ci voleva un cambiamento!

Una delle cose che, invece, più mi ha confortate della mia “disavventura” è che paradossalmente mi ha aiutato a credere di più in me stessa. Si è trattato di un campanello d’allarme, un “BASTA, LILY. DEVI AMARTI.”
E da allora è tutto diverso. Anche questo gennaio l’ho inaugurato con una consapevolezza: non voglio perdere tempo con persone che mi portano solo negatività. Sono già una persona che è fondamentalmente pessimista e che facilmente si butta giù. Ho bisogno di gente che mi stimoli, non che mi limiti. 2018 si apre per me con un grido…“VOGLIO ESSERE ME STESSA!” Stavolta fino in fondo.

Si apre una nuova stagione: d’intenso studio, di attivismo, di positività.

Perché questa vita si basa sull’amore e se non ci amiamo noi per prime, chi ci amerà a sua volta? Quest’anno voglio amore…e lo auguro a tutte/i voi!

Una tedesca radicale

[Sì tratta di un racconto di “fantasia”, chi vuole capire lo capisca].

È l’ennesima mattina che mi sveglio in un Paese di cui mi sento parte ormai da dieci anni. È l’ennesima mattina che guardo fuori dalla finestra e la natura mi sorride. Credo che siamo tutti figli della stessa terra. Eppure, alcuni tedeschi non sembrano pensarla così. Quando dico di sentirmi tedesca, mi dicono che non ho il diritto di dirlo, perché in realtà non sono nata in Germania. Sono cresciuta in una nazione in cui domina la cultura mafiosa, mi dicono, e tale cultura non potrò mai rigettarla del tutto. Farà sempre parte del mio vissuto, non si tratta di una breve parentesi del passato. Mi spiegano che appartengo ad un’altra razza, che i tedeschi hanno i capelli biondi e la pelle bianca e che questa è una realtà biologica. Dire di essere tedesca avendo i capelli castani è antitedesco ed antiscientifico. Parlo anche il tedesco, è vero, ma imitando i suoni ed arrivando ad un accento che non è più né italiano né tedesco. Imito la loro cadenza ma non potrò mai averla del tutto. “Sei italiana” mi ripetono e a me viene da piangere, perché io mi sento tedesca quanto loro, pur essendo consapevole di non essere nata e cresciuta qui. Altre persone mi rassicurano. Dicono che si tratta di un gruppo di persone che odiano e che non rappresentano affatto la Germania intera. Le chiamano IERG (Italian Exclusionary Radical Germans). Loro si difendono, invece, dicendo “ma noi siamo semplicemente tedeschi!” Quando discuto con loro ho paura abbiano ragione, che io non possa essere tedesca. Per essere tedesca dovrei rinascere, magari a Berlino, e avere i capelli chiari. Ieri sera sono uscita, mi andava di bere una birra. Nessun pub mi ha fatta entrare. Mi hanno detto: “Questo locale è solo per tedeschi.” Gli ho mostrato la carta d’identità e loro mi hanno indicato la città dove sono nata. Napoli. I miei dati anagrafici, dunque, mi avrebbero condannata per sempre? Per strada mi scappava la pipì, ho provato a cercare un bagno pubblico ma alla fine mi sono rassegnata e mi sono incamminata verso casa. I cartelli attorno a me recitavano: “Questo bagno è solo per tedeschi” oppure “vietato agli italiani”. Tornata a casa, mi son sentita sollevata. Finalmente avevo un po’ di spazio per me. D’un tratto, però, mi ha telefonato la padrona di casa. “Cara Flavia” mi ha detto, “da domani dovrai cercarti un nuovo appartamento.” “Perché?” ho replicato in un sibilo. Ormai non avevo neanche la forza di controbattere. “Non sei tedesca e io non affitto a non tedesche.” “Ma come? L’hai detto anche tu che sono tedesca! Vivo qua da dieci anni!” Nessuna risposta, ha riattaccato. Secondo alcuni, nulla mi renderà tedesca veramente. Mi dispero, piango, mi dimeno. Da domani avrò una nuova casa, o forse nessuna, ma continuerò a credere in me stessa e a credere che un po’ tedesca lo sono anch’io.

Irritabile

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Irritabile. E non parlo del mio colon, che ha anche i suoi acciacchi.  Parlo proprio di me. Avevo aspettato con grande gioia settembre. Il settembre dei nuovi inizi, il settembre delle grandi prospettive. Tuttavia, mi sono resa conto che non mi va di ricominciare. Non mi va di rimettermi di nuovo in gioco per subire poi un’altra delusione. Vorrei rimanere qui, ferma, ma so che non mi fa bene e non è neanche nella mia indole. Dopo aver sognato in Italia che “Düsseldorf è la mia casa”, vengo qui e non ne sono così sicura. O, meglio, sì, questa è più casa mia di quanto lo sia l’Italia, probabilmente. Ma una casa non ce l’ho, non ce l’ho più, forse non l’ho mai avuta. Forse sono uno spirito libero, come mi hanno scritto recentemente su Facebook. Il guaio è che ho bisogno di continui stimoli e se non li ho mi sento persa o annoiata.

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L’idea di ricominciare mi mette male, ma dovrò farlo, la vita è così. Probabilmente dovrò tirarmi su, da sola, come faccio sempre. Con la tedesca ho fatto pace, ma chissà. Forse è una pace finta, perché mi ha solo detto: “poi vediamo.” Ma vediamo che? Sono due mesi che non ci incontriamo! Il giorno del mio compleanno mi ha invitata al suo, di compleanno. Un invito da agosto per ottobre. Bene. Le ho solo risposto: “vedrò”. Ma so che darei l’anima per lei, quindi non mi sognerei mai di mancare il giorno del suo compleanno. In ogni caso, quando mi sono incontrata con le ragazze dello Stammtisch dopo essere tornata, ho pianto davanti ai suoi occhi e le ho detto Ich hab dich vermisst. E di conseguenza ho pianto davanti a tutte, che si saranno chieste: “Ma che è ‘sto dramma?” Ci ho fatto l’abitudine, ad essere drammatica. Quindi vedremo, faremo, scopriremo.

In compenso, a parte i drammi ho fatto un giro a Francoforte, che mi ha fatto un gran bene. Chiamo i miei viaggi “giri”, “viaggi” o “camminate ignoranti”. Cerco una città che possa interessarmi, prendo il FlixBus e via, leggo su internet cosa c’è da visitare in quella città. Mi segno tutti i luoghi di interesse. Se mi va bene riesco a vederli tutti. Il più delle volte, però, mi piace semplicemente vagare per la città. Perché se il posto mi ispira, ci arrivo automaticamente ai luoghi più importanti. Chissà perché.

A parte il viaggiare sono tornata battagliera. Ho una gran voglia di attivismo. Ho voglia di femminismo, ma che posso fare? Qui sembrano tutti morti. Del femminismo non ce n’è più bisogno? Secondo me sì, pure in Germania. In Italia di più, ma vabbè.
Per adesso meglio che mi chiuda nel mio mondo, fatto di sogni, libri, femminismo, gatti e cose carine e coccolose.

 

Sono una casinista?

volcano-2447977_1920Se luglio voleva dire esami, agosto vuol dire ritorno a casa. Ora più che mai ho bisogno di staccare, di godermi un po’ della tranquillità casalinga che tanto mi sta a cuore. Mi manca il calore degli abbracci dei miei amici, la quotidianità fatta di risate e giochi idioti in compagnia di mia sorella, le discussioni interessanti con mio fratello. Mi manca mia madre che mi parla periodicamente del suo lavoro. Mi manca mio padre con le sue battute un po’ stupide. Mi manca lamentarmi del caldo e lamentarmi perché non funziona nulla. Mi manca Napoli, il suo abbraccio caldo non appena mi vede. Mi manca il mare, il sapore della pizza, quella vera, un caffè fatto con la moka. Mi manca sentirmi strana, diversa dagli altri, lì come qui. Mi manca lamentarmi della gente troppo appiccicosa. Mi manca camminare per le strade del centro storico di Napoli e sapere che siamo tutti parte della stessa famiglia. Mi manca tutto questo. E, ora più che mai, sento di averne bisogno.

Credo di aver fatto un errore, un casino (ma chi non ne fa?) ed è più di un mese che la famosa “tedesca”, alias Anne, non mi parla più. O, meglio, se le scrivo mi risponde ma in modo distaccato. Ho trascorso un periodo a colpevolizzarmi e a darmi contro, poi mi sono detta: “No, non è giusto. Avrò fatto un errore ma non merito questo trattamento.” In compenso sono successe tante cose belle. Ho superato gli esami senza problemi, ho delle Kommilitoninnen fantastiche e che mi vogliono bene, Orphan Black è giunto alla sua fine (sigh!), ho prenotato tre gite di un giorno a settembre e ho scritto metà dello Studienarbeit che devo consegnare ad ottobre. Mi sono innamorata (ebbene sì!) ed anche se non sono ricambiata né verrò mai ricambiata, sono contenta di essere riuscita nuovamente a provare qualcosa per qualcuno. Qualcosa di forte, di autentico, di sincero. Agosto è il mio mese, il mese del mio compleanno. Quindi, ora più che mai voglio dedicarmi a me, ai miei progetti. Voglio sorridere e godermi questa pausa che sono sicura mi farà bene!

Un vuoto nel cuore…

 

Vi ho promesso che vi avrei parlato di lei e lo faccio, a modo mio, lasciandovi due video (di cui uno realizzato da Zaira) e due piccoli testi scritti per lei:

06/06/17
Voglio ricordarti così, con il sorriso sulle labbra, stretta fra le mie braccia. Voglio ricordare le nostre conversazioni stupide, il nostro parlare al telefono fino alle tre del mattino. I nostri discorsi profondi. Mi sono innamorata della tua mente complessa, di tutto di te. E ti terrò sempre nel mio cuore. Il 2 giugno del 2017 la vita ha deciso di portarti via da me, ma tu sei ancora qui e sarai sempre qui. Vivrai nel ricordo delle persone che ti hanno veramente amata ed io, piccola, ti ho amata davvero tanto. Ho sperato di rincontrarti, adesso che eravamo entrambe in Germania, ma sono già contenta che siamo riuscite a risentirci per telefono. Sei la persona più dolce e bella che io abbia mai conosciuto. Una delle ultime cose che ti ho detto è che sei speciale e che mi hai sempre fatta impazzire. Avevi tanto da vivere mia piccola Zaira. Avevo immaginato per te una vita felice. So che ce l’avresti fatta, perché, a differenza mia, avevi il coraggio di affrontare le tue paure. Voglio che tu sia un esempio per me. Voglio tornare a mostrare la mia dolcezza e la mia fragilità, senza alcuna paura. Proprio come te. L’ultima cosa che posso fare per te, a parte ricordarti per sempre, è essere me stessa. Te lo devo. Grazie di tutto quello che mi hai fatto vivere.
Una parte di me sarà sempre tua e ripenserò a te con dolcezza.
Riposa in pace, tesoro mio. 
Tua Flavia.

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Mi sembra un secolo fa, un’eternità, eppure è successo la settimana scorsa. Cercavo un significato fra le righe che scrivevi, nei tuoi sorrisi timidi e pieni d’amore. E adesso eccomi qui a cercare un senso alla tua morte. Alcune persone non direbbero “è morta” ma “è andata via”. Io so, però, che tu non saresti mai andata via. Mai mi avresti abbandonata in questo bosco spaventoso e senza via d’uscita che è la vita. Mai avresti pronunciato un addio. Ci siamo dovute salutare, nostro malgrado, ma mi piace immaginarti ferma in un attimo infinito col sorriso sulle labbra. […]  Chissà se dopo la morte non si sente che pace. Io ho sempre immaginato che i morti dormano per sempre. Allo stesso modo mi sono immaginata dormiente nei primi anni di vita. Questo perché non ricordo cosa mi sia successo. Mi piace pensare di aver iniziato a vivere soltanto dal momento in cui ho ricordi. A volte non so distinguere, però, gli incubi dalla realtà. Mi ricordo che avevo quattro anni o forse tre, e due gemelle perfide avevano buttato tutti i pastelli a terra e mi avevano costretto a raccoglierli. I miei ricordi d’infanzia, no, non sono belli. Ho sempre sentito il peso della vita, mi ha accompagnata per così tanto tempo. A volte ancora lo sento, cara Zaira, così come lo sentivi tu, che avevi poca fiducia in te stessa. Ci sono degli attimi, però, in cui provo quella pace di cui ti ho accennato, quella pace costante in cui sei sprofondata, ferma in un attimo eterno di cui sei una parte ed il tutto. Voglio tenere vivo il tuo ricordo, alla ricerca di un equilibrio non più precario, lungo la strada verso questa serenità infinita che m’attende in silenzio.

Il dolore della perdita di un’amica stretta, di una delle persone più importanti della mia vita non può essere resa a parole. Non credevo che potessi perderla così, da un giorno all’altro, ma purtroppo è stato così. E, alle mie difficoltà di expat, si è aggiunto anche questo vuoto nel cuore che dovrò piano piano superare con la consapevolezza, però, che lei sarà sempre in qualche modo con me.

P.S. Vi consiglio di visitare anche il suo blog che forse, più di me, è in grado di dare un’idea della bellissima persona che Zaira era ed è.

E così venne Luglio…

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E si beve anche stavolta…

Stamattina mi sono svegliata con un primo pensiero.

“Ma chi cazzo è questa che dorme a fianco a me?”

Sì, ieri ho bevuto troppo ancora una volta ma per una buona causa: l’approvazione del matrimonio egualitario in Germania. E ho anche fumato un paio di sigarette, ma non ditelo a mia madre, altrimenti mi uccide. Ebbene sì, quando si hanno amiche femministe, queer o semplicemente di sinistra, non è raro che ti trascinino a questi eventi e si sa che per me ogni occasione è buona per festeggiare, da vera italiana come sono.

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Io e il mio amore per gli arcobaleni

Oggi, però, mi sono svegliata con un’ulteriore consapevolezza, ovvero che già siamo a luglio e luglio significa esami, estate (forse) e soprattutto mi fa pensare “Cavolo, questo diavolo di tempo passa così in fretta!” Essendo a luglio ho pensato, dopo il mio post molto generico, di parlare più in dettaglio di cosa mi è successo finora in questa città e, soprattutto, cosa ci faccia in generale qui. Aprile è stato un mese strano perché ho vissuto una ventina di giorni in hotel finché il 2 maggio non mi sono trasferita in studentato, dove tuttora vivo. Le mie colleghe (chiamerò colleghe le mie compagne di università, perché come parola mi piace di più) hanno già imparato che, nonostante viva qui, sono capace di presentarmi a lezione sempre con quei 5-10 minuti di ritardo, perché…beh, non lo so perché, ma io e il tempo proprio non andiamo d’accordo. Ho una coinquilina armena super gentile e disponibile con me che a confronto io mi sento un’asociale e l’affitto non è poi così caro. La zona mi piace, mi sento immersa nella natura ma il centro lo si raggiunge bene con i mezzi. Aprile è volato fra l’inizio dei corsi e qualche faccenda burocratica. Lo stesso aprile ho conosciuto Anne, da me all’inizio soprannominata semplicemente “la Tedesca” perché in effetti era l’unica tedesca della città con cui fossi in contatto. Grazie a lei e frequentando uno Stammtisch, ho iniziato a conoscere sempre più gente e ad avere una vita sociale. Amburgo mi aveva fatto perdere ogni speranza. Credevo che fosse un’impresa impossibile allacciare i contatti con i tedeschi, ma qui, in qualche modo, anche se forse ancora non ho amici degni di questo nome, conosco persone e persone con cui vado d’accordo. Per loro probabilmente sono un gradino sotto a Freundin ma molti gradini sopra a Bekannte e per ora mi va benissimo così. Io che, invece, sono italiana, considero tutti miei amici a priori, a meno che non mi si stia sulle ovaie. Maggio è stato pazzo, letteralmente. Fra serate in discoteca, sesso, gitarelle, incontri vari, sesso (l’ho già detto vero?) mi sono accorta di avere una vita sociale e che questa vita sociale include me e persone tedesche. Neanche il tempo di riflettere più di tanto e che si è presentato giugno che mi ha portata da uno stato di “ma sì, sono giovane, fatemi divertire” a “sono in una fase artistica in cui mi va solo di scrivere” per poi giungere a “sono in lutto per la perdita di una delle persone più care della mia vita” fino a culminare nella attuale fase di “non ho voglia di vedere esseri umani”, che definirei “fase asociale”. Ogni tanto ho questi periodi in cui mi piace trascorrere più tempo con me stessa che con altri. Ma veniamo alle cose belle di giugno. Una delle cose migliori a mio avviso è stata la finale del poetry slam dell’università, in cui ha gareggiato, fra gli altri, anche una mia prof. Sono contenta di aver condiviso questo momento con le mie colleghe, mi ha fatto sentire parte di una comunità e inutile dire che la prof è stata bravissima, mi ha fatta morire dal ridere e, soprattutto, mi è stata d’ispirazione. Mi ha ricordato che mettersi in gioco è la chiave di tutto, indipendentemente dal risultato.

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Questo è un sunto, più disorganizzato che mai, di ciò che è successo in questa bella città del Nordrhein-Westfalen. Per quanto riguarda, invece, il mio studio, frequento un master del dipartimento di Italianistica, che prevede lo studio di linguistica comparata, traduzione e media. Per ora sono soddisfatta anche se, c’è da dire, ho frequentato soltanto un semestre. Il rapporto con i docenti e le colleghe è eccezionale, anche se non sono mancate difficoltà e stress vari, ma comprensibili. Sono contenta di aver intrapreso questo percorso e penso che, nonostante sarebbe stato più semplice studiare in Italia, sicuramente questa esperienza mi farà crescere e mi darà una marcia in più. E, last but not least, darà una marcia in più al mio tedesco. Sotto sotto, un po’ tedesca lo sono anch’io, no? O almeno ci provo…

P.S. Se volete vedere l’Heinrich-Heine Slam 2017, date un’occhiata qui. A partire dal venticinquesimo minuto, c’è anche la prof! Vi consiglio, in ogni caso, di vedere il filmato fino alla fine!

Düsseldorf e come la mia vita sia cambiata (in meglio)

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So bene di esser stata assente per un po’ ma non mi sono dimenticata di tutti voi, cari lettori. Qualcuno forse lo sa già, qualcun altro no, ma mi sono trasferita da un’altra parte della Germania e, precisamente, a Düsseldorf. Il mio progetto originario dopo la Laurea era di studiare in Germania, ma non è che avessi una meta precisa. Ho orientato la mia ricerca in base al semestre d’inizio (Sommersemester) e i miei interessi. Dopo una Triennale in Lingue e letterature straniere, mi sarebbe piaciuto concentrarmi di più sulla linguistica e la traduzione piuttosto che sulla letteratura che, benché mi piaccia, ho sempre trovato piuttosto poco “concreta” e aperta a troppe interpretazioni diversificate. Credo che la letteratura non sia fatta per essere studiata ma solo letta ed interpretata. Tuttavia, il processo di interpretazione è piuttosto personale, a mio avviso. Io potrei leggere qualcosa in un’opera, mentre un’altra persona potrebbe averne una percezione totalmente differente. Ma…bando alle ciance! Durante la mia ricerca, mio fratello mi spinge a tenere in considerazione la Heinrich-Heine Universität di Düsseldorf. Con mia somma gioia lì trovo un Master davvero interessante, di cui vi parlerò magari più in dettaglio in un altro post. Mi decido a fare domanda e mi arriva una lettera di preselezione a novembre dello scorso anno, che mi dice che sono idonea e che avrei dovuto semplicemente recuperare dei crediti mancanti per la durata del Master. Di lì, direte, qualsiasi persona normale avrebbe iniziato a studiare per prendersi un certificato linguistico e invece no! Mi decido che mi va di fare un’esperienza diversa dal semplice studio e mi metto a cercare uno stage all’estero. Inizialmente avrei voluto recarmi in Spagna, perché avevo fatto un corso di spagnolo e pensavo di poterlo migliorare in qualche mese di permanenza lì, ma l’ironia del Destino mi ha portata ad Amburgo. Nonostante le 40 ore di lavoro settimanali, un corso di lingua generico che alla fine non mi è servito a un bel niente, i weekend sulla Reeperbahn dove, nella maggior parte dei casi, mi sfasciavo di alcol e basta, fra prostitute, feste queer, in compagnia di E., che come me ha letto Carla Lonzi, mi sono decisa a marzo a prendere la certificazione linguistica (TELC C1 Hochschule). E, incredibile ma vero, ce l’ho fatta!

 
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Dopo un periodo di continuo spostarsi tra Amburgo e Düsseldorf, mi sono trasferita definitivamente qui il 18 aprile di quest’anno. E la mia vita è cambiata totalmente. In meno di due mesi ho vissuto tantissime cose e ho conosciuto tante persone, prima fra tutte Anne, una tizia tedesca che mi ha  introdotta in poco tempo in vari gruppi qui nella città e che ha 10 anni in più di me. In questi mesi ho riacquistato quel sorriso che avevo perso e ho capito che, forse, se mi impegno, posso integrarmi anch’io. Sono stata a manifestazioni, a vari eventi all’università (e non), ho ritrovato una cara amica, Teresa, che nel frattempo si era trasferita proprio qui. Ho frequentato un ragazzo per una settimana, ho capito che non era per me e la settimana ancora dopo ho capito di riuscire a rimorchiare alle feste. Credo che la mia vita sessuale abbia avuto un miglioramento notevole da quando sono in questa città. Ho persino riscoperto il mio lato artistico e mi sono messa in testa che pubblicherò un libro. In realtà, è anche successa una cosa brutta. Anzi, più che brutta. La settimana scorsa sono venuta a sapere della morte di una mia carissima amica, che stava studiando a Saarbrücken. Ancora oggi sono sconvolta e cerco di non pensarci. Ho stampato la nostra foto assieme, fra le altre, e l’ho appesa sulla parete della mia camera. Da quel momento in poi penso a lei, a migliorarmi, a non buttarmi giù per frivolezze, perché so che lei non lo vorrebbe. Ma, cari amici, vi parlerò in un post separato di lei e della bellissima persona che era e che è. Per ora mi limito a dirvi che questa città mi sta cambiando, mi sta spingendo all’azione, mi sta facendo capire che sto costruendo qualcosa. E, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sento bene.